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Mental Health: come stiamo ad un anno dall'inizio della pandemia?

15/03/2021
Maria Mauriello
mental health

Maria Mauriello - Communication manager in Yumi

Mental Health: come stiamo ad un anno dall'inizio della pandemia?

È trascorso un anno dalle prime notizie apparse sui giornali legate al Covid-19, quel mostro silenzioso che avrebbe da lì a poco cambiato e condizionato radicalmente le nostre vite. Wuhan, i focolai e le zone rosse, inizialmente, ci sembravano molto distanti dalla nostra terra.

La verità è che oggi siamo tutti profondamente stanchi e spaesati. Ci piacerebbe tanto mettere una mano sugli occhi e non vedere. Ma non si può.

Questa sensazione di spaesamento rientra in un progetto per misurare i livelli di “burnout” durante la pandemia.

burnout

L’articolo di Macaulay Campbell e Gretchen Gavett ci fornisce un aiuto a fare chiarezza sul tema: “What Covid-19 has done to our well being in 12 charts” HBR- Harvard Business Review.

In sostanza, sono state poste domande quanti-qualitative e demografiche nell’autunno 2020 producendo più di 3.000 commenti: dalle risposte si evince sia un aumento delle richieste di lavoro sia un calo repentino della propria salute mentale.

In generale, si riscontra un deterioramento del benessere mentale a lavoro dovuta a quella stanchezza pandemica, di cui abbiamo parlato già qui. Un’altra ragione è che il lavoro aumenta, nonostante manchi la netta distinzione tra ufficio e casa; tutto ciò desta preoccupazione ed ansia.

Ci si sente isolati, scollegati e a risentirne ne è sicuramente la sfera personale, come anche gli hobbies. Abituarsi ad innalzare un muro di distanza sociale, del resto, ha arrecato danni alla naturale socievolezza e questa barriera fatica ad essere lasciata andare.

In un clima generale di malcontento c’è spazio, però, per una nota positiva: una piccola fetta di intervistati riferisce, infatti, alcuni miglioramenti nel benessere lavorativo, come ad esempio i viaggi meno frequenti, una diminuzione delle distrazioni e un maggior controllo, quindi, del proprio lavoro.

Naturale chiedersi, a questo punto, cosa può insegnarci questo “annus horribilis”?

Perentorio sarebbe il monito di cambiare le cose, ma come? Un esempio ci viene offerto dal dialogo del 2013 dello scrittore Paolo Nori, il quale, a gran voce, consigliò di non partire dall’assunto che siamo bravi, bensì dalla consapevolezza che siamo deboli, difettosi, insignificanti e frangibili.

La lezione, però, più urgente sembra quella di Italo Calvino contenuta nel suo volume “Le città invisibili”: questo non è solo il racconto del poliedrico viaggio di Marco Polo ma è anche una lunga riflessione sul mondo e sulle infinite possibilità di guardarci dentro. Alla fine del romanzo Calvino fornisce un utile consiglio per affrontare questo mondo tremendo e confusionario:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se c’è n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Il “Partire da ciò che inferno non è”, quindi, assume il simbolo della volontà di ripartire per ricostruirci e ricostruire, coltivando la meraviglia e re-imparando a riconoscerla. Per rendere, insomma, l’avanzata possibile.




Qual è il ruolo di Yumi in questo?

Il benessere dei dipendenti, così come la loro salute mentale sono preponderanti in Yumi, la nostra app di employee experience basata sul continuous nudging.

Ad aprile, ad esempio, analizzeremo il tema caldo della “pandemic fatigue” supportando aziende e lavoratori per quattro settimane. L’obiettivo del progetto sarà quello sì di raccogliere dati per comprendere al meglio il fenomeno attraverso, ad esempio, interviste quali-quantitative, ma anche quello di ascoltare davvero le persone, spingerle a riflettere sui propri comportamenti e sulle emozioni, aumentandone l’auto-consapevolezza e la partecipazione all’interno di una comunità lavorativa.

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