Cosa fare per costruire una nuova abitudine? 6 consigli semplici da utilizzare

cosa fare per costruire una nuova abitudine?

Maria Mauriello - Communication manager in Yumi

Cosa fare per costruire una nuova abitudine?

Nel nostro quotidiano, siamo soliti come individui ritagliarci delle abitudini, pratiche reiterate che, spesso, non vengono fatte con naturalezza. Quindi, cosa fare per costruire nuovi modelli di comportamento?
L’articolo di Kristi DePaul ci dà un puntuale aiuto sul tema: “What does it really take to build a new habit?” HBR -Harvard Business Review.

Sostanzialmente, vengono forniti alcuni consigli per incentivare l’individuo nella costruzione di nuove abitudini. Come, ad esempio:

  1. STABILIRE LE PROPRIE INTENZIONI:

    scegliere, cioè, con saggezza il comportamento da trasformare per sviluppare una nuova abitudine;

  2. PREPARARSI AGLI IMPREVISTI:

    riflettere sulle motivazioni che non hanno permesso di agire in un certo modo;

  3. STABILIRE UN PROGRAMMA:

    sarà utile per trasformare il comportamento in nuova abitudine;

  4. IMPOSTARE MICRO-ABITUDINI:

    importanti per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato;

  5. IMPARARE A RAGGRUPPARE:

    raggruppare un’attività poco piacevole con qualcosa che si ama per alleggerire i compiti;

  6. ESSERE COMPASSIONEVOLI

Questo programma è semplicemente uno strumento che può essere una bussola da utilizzare in momenti di difficoltà. Ora, non resta che iniziare.

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Employee Experience: Cosa è e come migliorarla?

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Maria Mauriello - Communication manager in Yumi

Employee Experience: Cosa è e come migliorarla?

Josh Bersin è uno dei principali analisti tecnologici delle risorse umane al mondo, nonché esperto di leadership. Nel suo libro fornisce un’analisi approfondita del mercato delle risorse umane e una fitta esemplificazione delle pratiche di selezione del settore.

Illustra anche una nuova piattaforma di employee experience, che aiuta le aziende e i dipendenti a gestire il lavoro rendendo la loro esperienza più coinvolgente e produttiva. La proliferazione di nuove tecnologie, insieme ad una considerevole crescita economica, ha reso complessa la giornata lavorativa dei dipendenti, i quali sono costretti a sprecare un giorno intero in settimana per rispondere ad email ritenute pressochè irrilevanti. Inoltre, in media, le aziende utilizzano vari strumenti per la messaggistica, la comunicazione e la pianificazione. Insomma, c’è la necessità di rendere il lavoro più semplice.

Il contesto lavorativo è molto cambiato: ad esempio, i millenials sono soliti cambiare azienda ogni due o tre anni e si aspettano di imparare quanto più possibile.
Bisogna sottolineare che, in generale, in azienda ogni dipendente percorre un viaggio fatto di momenti salienti che vanno a definire la sua esperienza nella propria organizzazione.
Molte realtà, infatti, hanno sostituito vecchi sistemi informatici con piattaforme di integrazione Cloud per migliorare la vita dei dipendenti, cercando di stare al passo con prodotti e applicazioni in continua evoluzione.

La sfida, quindi, è utilizzare un’unica piattaforma in cui i dipendenti di un’azienda abbiano le informazioni immediatamente disponibili a seconda delle necessità: la soluzione è una piattaforma di employee experience che ha un approccio user- centric.

In sostanza, la piattaforma:

Qual è il ruolo di Yumi in questo?

La nostra piattaforma di continuous nudging nasce con l’esigenza di compiere un importante passaggio dal tradizionale approccio business-centric ad uno, invece, human-centric. Infatti, Yumi è lo strumento perfetto per un’evoluzione nell’area people. Come? La nostra piattaforma permette un miglioramento continuo tra i colleghi attraverso lo scambio di nudges, che consentono di avviare processi di autoconsapevolezza e, soprattutto, di crescita aziendale.

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Quali paesi producono più dati al mondo? Ecco i 30 paesi più data savvy.

quali paesi producono più dati al mondo,? ecco i 30 paesi più data savvy

Maria Mauriello - Communication manager in Yumi

Quali paesi producono più dati al mondo? Ecco i 30 paesi più data savvy.

L’intelligenza artificiale con le sue innumerevoli applicazioni ha portato ad un aumento esponenziale dei dati, assumendo un rilevante ruolo nel mondo del business. Secondo le ricerche del McKinsey, infatti, entro il 2030 questo settore dovrebbe generare circa 13 trilioni di dollari.
L’articolo di Bhaskar Chakravorti ci fornisce un puntuale aiuto sul tema: “Which countries are leading the data economy” HBR- Harvard Business Review.

Di cosa parliamo? Si sa che la produzione di dati avviene a ritmi incessanti; questo determina, quindi, l'enorme generazione di dati che, non sarà più concentrata solo in alcune aree del territorio ma verrà distribuita proprio per la naturale complessità delle informazioni.

Per identificare i paesi con il maggior numero di dati al mondo, è possibile avvalersi di quattro criteri:

  1. VOLUME

    la quantità assoluta di banda larga che viene consumata da un paese;

  2. UTILIZZO

    il numero di utenti attivi su Internet;

  3. ACCESSIBILITÀ

    l’apertura istituzionale ai flussi di dati fruibili per le ricerche;

  4. COMPLESSITÀ

    il volume del consumo di banda larga pro capite, come indicatore della complessità dell'attività digitale.

Bisogna precisare, ovviamente, il tema caldo della privacy: senza un adeguato quadro normativo sulla protezione dei dati, sarebbe difficile, infatti, favorire lo sviluppo di nuovi algoritmi ed applicazioni e, in generale, lo sviluppo del settore nel lungo periodo.

Quindi, ecco la classifica dei maggiori produttori di dati e informazioni:

  1. Stati Uniti
  2. Regno Unito
  3. Cina
  4. Svizzera
  5. Sud Corea
  6. Francia
  7. Canada
  8. Svezia
  9. Australia
  10. Repubblica Ceca
  11. Giappone
  12. Nuova Zelanda
  13. Germania
  14. Spagna
  15. Irlanda
  16. Italia
  17. Portogallo
  18. Messico
  19. Argentina
  20. Cile
  21. Polonia
  22. Brasile
  23. Grecia
  24. India
  25. Sud Africa
  26. Ungheria
  27. Malesia
  28. Russia
  29. Turchia
  30. Indonesia

In effetti, già nel 2007, la rivista inglese “The Economist”, aveva dichiarato con queste parole l’importanza dei dati e il suo ruolo nell’economia globale:

“Che tu stia andando a correre, guardando la tv o che tu sia anche solo seduto nel traffico, praticamente ogni attività crea una traccia digitale”.

Perché in Yumi è piaciuto questo articolo?

In Yumi il tema della privacy e della produzione di dati di qualità ci sta particolarmente a cuore: infatti la piattaforma Yumi nasce proprio con questo intento; alla base di ogni interazione, appunto, vi sono l’anonimato e la protezione dei dati personali di ogni nostro utente, il quale avvia processi naturali di autoconsapevolezza con i propri colleghi in un processo di miglioramento continuo. Da una user experience che coccola l'utente e lo fa sentire protetto, ne derivano, poi, dati più "onesti" e contestuali.

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Cosa hanno in comune Yumi e Muhammad Ali?

Muhammad Ali

Maria Mauriello - Communication manager in Yumi

Vi racconto una storia, quella di Cassius Clay: immaginate un bambino a cui viene rubata la bicicletta per scorrazzare in città; si reca alla polizia per denunciarne il furto e gli viene consigliato di andare in palestra ad imparare la boxe e combattere. Ora, immaginate che quel bambino porti un solo nome: Muhammad Ali. Così comincia la sua storia.

Sapevi che ad Harvard ha decanto una poesia iper-ermetica estemporanea? "Me, We".

Ma facciamo un passo indietro.

Originario del Kentucky, è giovane, sfrontato, a Roma conquista l’oro olimpico dei mediomassimi. Diventato un professionista, è giunto il momento di vedersela con Sonny Linston, famigerato atleta in carica.

L’incontro, ormai, è la storia del pugilato moderno: a soli 22 anni vinse il titolo e divenne il campione che oggi tutti conosciamo. Leggendarie le sue affermazioni: “Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape” o ancora “Non puoi colpire quello che non vedi”.

Portavoce delle ingiustizie sociali della sua comunità, si convertì all’Islam, cambiò il suo nome, prima in Cassius X, poi nel celebre nome Muhammad Ali, che significa letteralmente “Amato da Dio”.

Popolari i grandi match, come quello con Foreman o a Manila dove ebbe la sua rivincita con Frazier in un incontro che fu come “Andare all’inferno e tornare”. Spinks, Holmes sono gli atleti che lo hanno messo KO e, al termine di questi insuccessi, decise di appendere i guanti al chiodo, stremato dal Parkinson.

Questa non è solo una genealogia del pugile più forte del mondo; è anche la storia di un uomo che, durante tutta la sua vita, si è sempre battuto per i suoi valori, dalla lotta al riconoscimento dei diritti civili alla libertà di religione.

Le parole di Foreman riecheggiano fortemente: “Un uomo diventa imbattibile, quando trova una ragione per cui combattere”. E Ali è stato imbattibile, un eroe, non si è mai piegato, libero di essere sempre se stesso. La malattia lo ha impossibilitato sul ring, non nello spirito, tant’è vero che affermò: “Dio ha voluto ricordarmi che sono un uomo come tutti gli altri. Lo ha voluto ricordare a tutti. E questa è la lezione che potete imparare da me”.

E di lezioni, ce ne sono state, eccome; infatti, è stato anche un grande esempio per i giovani.

Nel 1975, lui che aveva problemi di dislessia, tenne una lezione, brillante ed illuminante, agli studenti di Harvard sull’importanza dello studio, a lui negata, come possibilità di cambiare in meglio il mondo trasformandolo, insomma, in una rivalsa sociale. I giovani laureati, poi, gli chiesero una poesia e lui proferì due parole: “Me, We” (“Io, Noi”). Due parole, semplici e coincise, che riassumono tutta la sua grandezza. Prima di un uomo, poi di un pugile.




Cosa hanno in comune Yumi e Muhammad Ali?

Impresso nella nostra memoria è il percorso di questo atleta, intriso di tutta una serie di valori quali la resilienza e l’intelligenza emotiva che caratterizzano chi va aldilà della paura e dello stress. Questa è stata la sua arma vincente, frutto di una comunicazione, avulsa da qualsiasi forma di pregiudizio o debolezza.

La storia della sua poesia "Me, We" in cui sceglie due pronomi per caratterizzare un approccio, ci colpisce, chiaramente. Yumi ha voluto utilizzare i pronomi You e Me, modificandoli e scrivendone solo la "pronuncia" proprio per caratterizzare l'approccio della piattaforma in cui non c'è You senza Me e non c'è Me senza You. Collaborazione allo stato puro.

Su questi valori si fonda Yumi, la nostra piattaforma di continuous nudging, che si basa su un repertorio di competenze e comportamenti utili per l’utente, come ad esempio l’agilità, la collaborazione, l’empatia, skills fondamentali che hanno reso celebre il pugile danzante, Muhammad Ali.

In definitiva, la sua poesia dirompente ha posto al centro l’individuo nella sua unicità e singolarità. Proprio come accade in Yumi.

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Come persuadere le persone? Changing Behaviours. 3 azioni semplici per un risultato sicuro.

come fare a persuadere le persone

Maria Mauriello - Communication manager in Yumi

Come fare a persuadere le persone? Come fare per cambiare il loro comportamento?

Lo spiega l’articolo di Jonah Berger dal titolo “How to persuade people to change their behavior?” HBR- Harvard Business Review.

Riassumiamo qui in poche righe il concetto di base.

Risulta difficile influenzare le decisioni delle persone perché tendono a mantenere il controllo sulle proprie azioni. Quindi, piuttosto che cercare di persuadere le persone, basterebbe "semplicemente" convincerli che siano loro a voler cambiare.

Ci sono tre modi per farlo:

  1. EVIDENZIARE UNO SPAZIO VUOTO:

    sottolineare una disconnessione tra i loro pensieri e le azioni porta ad un aumento del senso di libertà delle persone;

  2. PORRE DOMANDE:

    chiedere per consentire il libero arbitrio, piuttosto che fare dichiarazioni;

  3. CHIEDERE DI MENO:

    ridurre la portata della richiesta.

In breve, è possibile cambiare qualcosa se comprendiamo ciò che non permette il cambiamento. Bisognerà poi avvalersi di tattiche per superare i limiti che noi stessi ci imponiamo.

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Che cosa è il Nudge?

che cosa è il nudge

Emanuele Scotti - CEO in Yumi

Nudge è un termine inglese che viene tradotto in italiano con “Spinta gentile”; è un modo – verbale, ma anche fisico o digitale – di influenzare decisioni e comportamenti di individui e gruppi. E’ stato portato alla ribalta da un libro di Richard Thaler (premio Nobel per l'economia nel 2017) e Cass Sunstein uscito nel 2008 (Nudge) e si oppone ad altre forme che lavorano sul comportamento in modo prescrittivo (come norme o procedure), educativo (scuola, training) o formativo (il training, il feedback).

Nudge è un termine inglese che viene tradotto in italiano con “Spinta gentile”; è un modo – verbale, ma anche fisico o digitale – di influenzare decisioni e comportamenti di individui e gruppi.

Di per sé è una tecnica molto antica: pensiamo, per esempio, a come sono disposti gli scaffali dei supermercati, che sfruttano alcune posizioni (come l’altezza occhi o le casse o le testate) per indurre acquisti impulsivi di prodotti non presenti nella nostra lista; oppure il celebre disegno di una mosca nei water per uomini di molte aree di servizio messe lì per sfidare gli utenti a “fare centro”. 

Ascolta una brevissima intervista di Emanuele Scotti, rilasciata per Nyali Swiss, che spiega il mondo del #nudging

Il mondo digitale ha amplificato l’utilizzo dei nudge, sfruttando la capacità degli algoritmi di portare a ciascun utente l’informazione e lo stimolo più efficaci. Per questo si parla oggi di Digital nudging: pensiamo alle scelte date come default di molti sistemi, o ai motori di raccomandazione di prodotti visti e acquistati da utenti simili a me; oppure ancora a molte applicazioni di fitness che sfruttano approcci di gioco per indurci a camminare di più o ad essere più costanti nel nostro piano di allenamento.

Già da questi esempi ricaviamo le caratteristiche tipiche del nudge: semplice, a basso costo, non legato ad un incentivo economico, senza penalizzare il processo, facile per l'utente da evitare. Di solito è una opzione positiva e non una critica o una censura. E’ inoltre in genere divertente, contestuale, personale.

Quali sono gli elementi fondanti?

La disciplina che ha portato alla ribalta il nudge è il behavioural economics, quella interessante mescolanza di economia e psicologia che ha portato a superare una visione razionalista degli agenti economici, che si muoverebbero sempre con decisioni razionali orientate al proprio vantaggio. Il quadro è più complesso e ha evidenziato sopra gli altri Daniel Kahneman, uno psicologo che ha preso il premio Nobel per l’economia nel 2002.

Nel suo libro Pensieri lenti e veloci ha introdotto il doppio livello con cui prendiamo le decisioni:

un Sistema 1 veloce, intuitivo, automatico;

un Sistema 2 lento, analitico, consapevole.

Molti prodotti e servizi sono progettati con il Sistema 2 ma la maggioranza dei comportamenti sono guidati dal Sistema 1. Gli studi di Kahneman, e molti insieme a lui, confermano il grande peso che hanno sulle decisioni il contesto, lo stato emotivo, le altre persone con cui sono in relazione e il fatto che una certa scelta sia vantaggiosa e logica, di certo, non è motivo per sceglierla. E allo stesso tempo, il nostro comportamento sembra facilmente prevedibile e influenzabile considerando meglio queste variabili al contorno.

E allora perché facciamo quello che facciamo? 

Soprattutto nel lavoro – ancora più in lavoro dell’economia della conoscenza – siamo motivati da fattori intrinseci: l’autonomia (vogliamo avere un impatto nel contesto in cui operiamo), la competenza (vogliamo crescere e migliorarci), la relazione (abbiamo bisogno di essere connessi con altri e avere riconoscimento/affiliazione).   

Bastoni e carote mostrano di non funzionare più. Ricompense o penalità tangibili – è stato osservato – riducono la motivazione intrinseca. Devo assumere che il compito sia di per sé noioso, se devo incentivarlo e incentivi tangibili riducono lo spazio di autonomia di singoli e gruppi e alla lunga – è stato provato da Teresa Amabile o Dan Ariely – riducono la performance. 

Nuovi approcci all'organizzazione (si veda tra gli altri Humanocracy di Gary Hamel) o in generale gli approcci agili (come Isan Getz o Federic Laloux) hanno una visione del management più in linea con una motivazione intrinseca e una visione matura della persona.




Quando ha senso usare questo approccio?

Ogni volta che affrontiamo nelle organizzazioni un tema di change management ha senso chiedersi se e come applicare il nudging: come un approccio, cioè, che crea un ingaggio sostenibile e attiva logiche di autoregolazione.  

In organizzazioni con determinate caratteristiche, questo approccio si sta dimostrando particolarmente efficace: knowledge intensive, competizione e turbolenza, con una performance complessa affidata al lavoro in team. Aumentare ingaggio ed energia, in particolare in questa fase storica, è sfida di tantissime organizzazioni. Il nudge e il behavioural economics aprono nuove strade.  

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